L’uomo è dentro la macchina scoperta, la macchina è dentro il traffico dell’ora di punta e le lamiere tremano per il caldo. Ha finiture cromate che mandano riflessi e lo costringono a distrarre lo sguardo quando viene colpito. Il braccio sinistro pende fuori dalla portiera e stretta fra l’indice e il medio una sigaretta si consuma a un palmo dall’asfalto che corre lento sotto le ruote.
Il cielo è il prolungamento del cartellone di un abbronzante, le palme camminano alla sua sinistra e oltre quelle, a perdita d’occhio, colline bianche rubate a un set. Sull’altro lato bassi caseggiati tutti uguali si ripetono all’infinito nascondendo il mare.
Al rosso l’uomo spinge sul freno, si arresta in pochi metri. Le gomme fischiano appena mentre accompagna la manovra sporgendosi leggermente in avanti come per assecondare la voglia di un’amante.
Il sedile del passeggero è pelle rossa che scotta. Sopra c’è un cellulare. Il cellulare suona e dentro c’è la voce di una donna.
“Dimmi tutto tesoro”
“Ti lascio, me ne vado ecco tutto. Tesoro. E non tornare” le sue parole sono vomito strozzato.
“Tu cosa”.
“Non tornare, Tommy è qui con mia madre”.
“Ma se sei tu ad andartene perché non posso tornare. E poi dove vai” verde finalmente, prima e seconda.
“Adesso. Non tornare adesso dico”
Ma il rumore del traffico è troppo alto ed è come se l’uomo non avesse udito la risposta di lei.
“Non ti muovere, ora arrivo” terza quarta.
Quando la donna dice “fanculo” hanno già riattaccato entrambi. Lui getta il cellulare sul sedile a fianco. Scivola nell’avvallamento alla base dello schienale.
La donna rimane con la mano appoggiata alla cornetta del telefono a muro. Gli si preme contro con tutto il peso del corpo. Si, fanculo ripete a voce bassa. Fuori la casa è bianca, il tetto ha complessi spioventi appuntiti. Scuri. Scuro anche dentro la casa, e fresco, e dentro c’è la donna. E’ in cucina ed ansima. La cucina è la stanza più illuminata, per via della vetrata. Vi si accede dal corridoio, e nel corridoio ci sono la porta principale, le scale, e un’ uscita secondaria con una zanzariera da cui si esce in cortile.
Lì, nel corridoio, è proprio buio. La donna guarda in quella direzione e vede che una lucertola delle dimensioni di un bambino sta sbirciando dentro. La parte che non è nascosta dal muro. Il muso appuntito fa piccoli scarti frenetici nella caricatura di un respiro.
“Tommy dovresti essere su con la nonna”
“Tommy io” prova a continuare
La lucertola si gira e sparisce, per ultima la coda. La donna, sempre con le mani e tutta sé stessa appoggiata al telefono a parete, rimane con lo sguardo fisso sulla porzione di corridoio, ora vuota. Sobbalza quando sente lo schianto con cui si chiude la zanzariera.
Ha le spalle nude e rabbrividisce, anche se la pelle è lucida di sudore e anche se è bella; quella mattina, davanti allo specchio, lo era.
Nel momento in cui con una vibrazione parte il motore del frigorifero, afferra nuovamente il telefono e compone un numero diverso dal precedente. Lascia squillare a lungo, fuori dalla finestra vede Tommy che attraversa il giardino verde correndo verso il cane, il giardino è delimitato da uno steccato bianco, e oltre quello, la strada, non passano mai troppe macchine, biciclette per lo più, quelle che passano suonano il campanello e salutano. Anche ora ne passa una, è rossa e il manubrio luccica nel sole. Ciao Tommy, dov’è mamma?
Dalla cucina la donna vede Tommy che muove la bocca, poi la bicicletta riparte, e lui torna a dedicarsi al cane.
Nella cornetta ora c’è una voce maschile.
“Dove accidenti ti eri messo”.
Uscendo Tommy deve socchiudere gli occhi per via dell’intensità della luce. In cortile è partita l’irrigazione e il cane contempla il suo personale arcobaleno. Tommy ha gambe secche e lunghe, rubate alla madre, e ora, correndo, gli prudono perché sono bagnate e l’erba tagliata di fresco gli aderisce contro.
“Vieni qui cane”.
“Ma neanche per sogno, non vedi che prendo il fresco?”
“Vieni qui dico, è importante”.
“Cheppalle, lo spero bene”.
Dentro la cucina la donna ripete alla cornetta:
“Dove accidenti ti eri messo, è un’ora che faccio suonare”.
Poi mormora:
“Cosa accidenti avrà da abbaiare quel cane”.
Dal corridoio viene aria gelida.
“Allora, cos’è più importante della mia doccia?” dice il cane.
“Mamma se ne sta andando”.
“Chi, Miss Accidentidiqua Accidentidilà?”.
“Mamma, si”
“Oh. Accidenti. Se così posso dire”
“Senti, vuoi rimanere con la nonna?”
“Se la metti così, ricevuto capo, che si fa capo?”
“Prepara le tue cose, io farò lo stesso, ce ne andiamo”
L’altro uomo tiene il gomito appoggiato ad un tavolino di legno verniciato di bianco
Regge un cellulare, e il cellulare sputa: “è un’ora che faccio suonare”. Si sente anche un cane che abbaia lontano e l’uomo si chiede se venga da dentro al telefono oppure da dietro qualche bassa staccionata nei paraggi.
Il gomito è un osso appuntito, e il braccio non è da meno. Spunta da una polo giallo limone ed è di un colore ancora più spento. Le vene del collo sono tiranti blu.
Suda e beve liquore. Siede sulla terrazza di un bar lungo la litoranea. Conta le auto e guarda il mare.
“Hai fatto tesoro?”
“Non chiamarmi tesoro. Si, l’ho lasciato quello stronzo. Aspettami, arrivo, ohmioddio ancora non ci credo che ci sono riuscita, quel figlio di puttana”
“Sono molto fiero di te”
“Certo se fossi stato qui anche tu”
“Ti ho già spiegato perché era meglio fare così”. Agitando il ghiaccio dentro al bicchiere fa cenno al cameriere che gliene versi un altro. “Se fossi stato lì non so proprio come sarebbe andata a finire, se penso a quello che ti ha fatto”
La donna non risponde subito. La comunicazione è disturbata e si sentono dei fruscii.
“Non importa, arrivo. Devi solo aspettarmi. A fra poco”
L’altro uomo unisce le mani davanti alla bocca, sotto il naso come per pregare, e torna a concentrarsi sull’odore del mare e sul traffico che scorre lento nel paesaggio orizzontale.
Vi irrompe, anticipata dal lamento dei clacson, una decappottabile di grossa cilindrata. Schiva auto in mezzo ai fischi dei pneumatici come se gli avessero reciso i fili dei freni. La decappottabile è una freccia azzurro metallizzato, l’uomo alla guida regge il volante con un braccio, l’altro pende fuori dalla portiera lungo la carrozzeria come un serpente in agguato. I passanti con le cose del mare appese alle spalle si girano a guardarla.
L’uomo seduto al tavolo del bar attende che esca dal suo campo visivo, poi, da immobile che è, scatta in piedi e si allontana camminando leggermente curvo, come a scansare la brezza del mare che gli agghiaccia la camicia sudata sulla schiena.
L’uomo irrompe in casa come se qualcuno si fosse scordato di assicurare la porta in un giorno di burrasca. Invece, dalla cima delle scale immerse nella penombra la vecchia vede bene che fuori, oltre la porta e la figura piantata nel mezzo, è una giornata di luce e ombre nette. Vede anche l’auto parcheggiata di traverso sui tulipani.
“Hanno portato della posta. Anche una cartolina verde per qualcosa, forse un pacco. E’ da ritirare” la vecchia è in cima alle scale, appoggiata al corrimano. Ha gli occhi viola e indossa una gonna beige. Ma dal basso l’uomo ne indovina solo il respiro pesante.
“Dimmi dov’è”
La vecchia si guarda intorno come se la risposta fosse dietro qualche porta.
“La cartolina. Me l’hanno fatta firmare. Sai che non mi piace firmare dove non capisco”
L’uomo fa un gesto spazientito “Lo so io dov’è quella troia”. Poi si gira e corre fuori tirandosi dietro la porta. Da dentro la vecchia sente l’auto che fa retromarcia e corre via.
“Tommy”
Il vecchio Polar rosso mette la freccia e accosta. I freni fischiano appena, poi il motore viene spento e il meccanismo del freno a mano azionato. Ne scende la donna che chiude la pesante portiera appoggiandosi col fianco. Blocca la serratura girando la chiave poi tira la maniglia per controllare. Non si apre.
Ha parcheggiato nei pressi del bar, in un posto dove la macchina può sostare a lungo senza che qualcuno inizi troppo presto a fare domande. E ora cammina in quella direzione, fradicia della luce che le piove addosso.
Ora, la donna è dritta, immobile in mezzo ai tavoli della veranda del bar. Tavoli e sedie come pennellate orizzontali di bianco e quell’unico rabbioso segno rosso a trafiggerle, come se una mano spazientita avesse strappato il pennello a un pittore per ultimarne l’opera.
Il rosso del vestito entro cui era scivolata quella mattina, guardandosi allo specchio e trovandosi bella.
Respira piano vicino a un tavolo. Sopra c’è un bicchiere di liquore. E’ intatto e il ghiaccio è mezzo sciolto. Nei pressi del tavolo c’è un’unica sedia, ma è scostata come se qualcuno si fosse alzato facendola strisciare indietro, e allontanandosi si fosse dimenticato per la fretta di rimetterla a posto.
Ora, la voce del cameriere le arriva da dietro le spalle, per colpa della brezza le pare un sussurro.
“Saranno dieci minuti”
La donna non si volta. Fuori dal suo campo visivo il cameriere riempie il vassoio di bicchieri. Rumore di vetro. Lei si gira a guardare quello ancora colmo sul tavolo a fianco, e così mostra il collo nudo.
“Saranno dieci minuti cosa?”
“Ha ordinato un drink e terminato una telefonata. Se ne è stato un po’ a guardare il traffico, poi si è alzato e se ne è andato. Forse ha ricevuto una cattiva notizia”
“Comincio a crederlo” risponde. Ha i capelli appiccicati alle labbra.
“Giusto dieci minuti” ancora bicchieri, ora il vassoio è pieno.
Gli occhi della donna sono come vetro rotto.
“E così gli hai fregato i soldi dal cassetto della scrivania” disse il cane.
“Ci servivano, si è mai visto qualcuno fuggire senza soldi?” rispose Tommy.
“No di certo, un cane ha le sue esigenze”
“Ecco bravo”
“Ora che si fa?”
“Stai zitto e cammina, ecco cosa”
Tommy e Cane camminano vicini lungo la litoranea. Uno striscia le ciabatte sull’asfalto sporco di sabbia e l’altro dondola la coda. Una decappottabile azzurro metallizzato gli sfreccia a fianco.
“Ehi, ma quello non è tuo padre?”
“Quel coglione”

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