Smalto verde. Dalla lampada sul tavolo un cono raccolto di luce giallognola illuminava le mani curate del poliziotto. Unghie spesse e dure. Il pollice schiacciato premette RECORD e l’interruttore abbassandosi scattò chiudendo il circuito. Nelle viscere del mini-registratore il piccolo motore elettrico raggiunse rapidamente la velocità e iniziò a trascinare con un cigolio ripetitivo il nastro dell’audiocassetta. Il poliziotto lo appoggiò sul tavolo e lo spinse verso l’uomo fuori dal cono di luce, prego, parli pure.
Niente.
E’ capitata l’occasione e l’ho fatto. No, non l’ho fatto, è successo. Non ne avevo neanche voglia, non troppa, e a mano a mano anche quella che c’era se ne è andata. Ho finito in fretta e dopo essermi tirato su ho aiutato anche lei ad alzarsi. Certo che si è fatta aiutare. Giuro.
Non che non ci avessi pensato, ci avevo pensato eccome. Delle volte quando la vedevo ci pensavo, come ogni uomo. Perché bella è bella, bella lo è sicuro.
Quanti anni ha? Non lo so mica quanti anni ha, ha quegli anni in cui alle volte una ragazza può essere scambiata per un ragazzo, e ha i capelli corti mezzo sugli occhi e neanche un orecchino, o braccialetti, o cose. Quell’aria sfacciata da madonnina impertinente, quella si, scommetto che li fa dannare a casa. I suoi dico. E sicuro come che sono qui deve avere pure un fratello piccolo da qualche parte. Hanno sempre un fratello. Anch’io ho due figli. Si fanno compagnia. Magari aspetta che si addormenti, la sera, per filarsela. Come un uomo anche, cammina, e pure ci si veste, ma oggi chi ci guarda più. Io certo non ci ho fatto caso. Mai fatto caso a queste cose.
Non ha fatto una piega. Cioè, subito si è dimenata un po’, è normale, si era spaventata ma poi basta, fine, si è lasciata fare. Voglio dire, e chi vuole complicazioni, urla e calci, cose così, non le vuole nessuno, tranne certi che ci fanno una malattia di queste cose ma lei è rimasta immobile come un animale che per scansare un pericolo fa finta di essere morto. Mi ha lasciato fare e ancora un po’ a vederla lì ferma non mi viene più duro. Per questo i segni sul collo. Ho stretto piano per convincerla a muoversi. Due o tre o quattro volte, non tante perché mi sono spicciato, feceva certi scatti, per via dell’aria che le mancava credo, poi appena iniziava a tremare io mollavo subito.
Quando, certe volte a mezzogiorno, mi passava davanti agli occhi mentre mangiavo un boccone, aveva sempre lo sguardo dritto davanti a sé. Mai vista guardare uno in faccia. A quell’ora i bar vicino al duomo sono sempre pieni ma un tavolo ce lo trovano sempre all’aperto, sfido, son anni che andiamo lì a pranzo cinque giorni a settimana. E non ne passa una, di settimane dico, che non la veda almeno un paio di volte. Cammina dritta senza filarsi nessuno e c’ha ragione con tutti quei turisti e i loro mocciosi. Credo che vada in qualche scuola del centro. O faccia finta. E si vede che le piace l’ombra del duomo, come a me, specie adesso che si crepa dal caldo. Coi colleghi se mangiamo insieme mica dico che la riconosco quando passa, ma non c’è stato bisogno, l’hanno notata da soli c’è poco da fare. Quel che non le dicevano dietro, ancora un po’ e mi incazzavo.
No che non la conosco, mai parlato prima se è per questo. Anche se è il tipo di ragazza che quando capita di inciamparci ti pare che la conosci da sempre, non so come dire. E in fondo in fondo ho sempre pensato che pure a lei presto o tardi sarebbe toccato di conoscermi, cioè, di accorgersi che un po’ mi conosceva già, a volte devi sbatterci, nelle cose, prima di capirle.
Come? Si, si. Di notte. La notte è il mio elemento, è una bella frase no? Me la sono scritta da qualche parte. Per via della memoria che va e viene. No, non sul lavoro, lì fila tutto liscio, e la notte anche, quasi mi sembra di vederci meglio che di giorno. Giuro cazzo la notte sono un gatto, e non sento la stanchezza. E’ quel che ci sta in mezzo, quello, me lo dimentico, prendo delle pastiglie per le memoria.
Non tutte. Quelle che mi va. Solo le notti in cui mi sento un sapore acido in bocca e certi crampi agli addominali cazzo ne so, vanno e vengono sarà la merda che mangio. Ho iniziato a sentirli quando caricavo le negre della zona industriale. Era prima di sposarmi. Di notte vedevi solo gli occhi come nelle pubblicità della sambuca o del caffè. Per delle intere mezze ore mi facevo con la macchina le quattro strade che battevano. Alla fine quelle ridevano e mi prendevano per il culo, ti fermi o no?
Ci puoi girare che mi fermavo. E dopo ridevo io. Però è il prima che a me piace. La macchina col riscaldamento alzato e la musica sotto, però bassa. Poi ho imparato subito ad abbassare le sicure che si infilano in macchina e non chiedono mica il permesso. Queste cose. Da solo di notte per tutto quel tempo ti fa sentire una specie di cacciatore. Come se la notte fosse un territorio. E’ importante fermarsi per pisciare prima di caricarne una, vuoi mettere se ti capita che sei li e mentre ti dai da fare ti accorgi che la vescica ti scoppia? Fottuta birra.
Comunque non bevo molto. Con gli altri al bar, la sera, come tutti gli uomini. Bere mi annebbia e io la notte devo vederci chiaro. Ma io a lei mica avevo mai pensato. In quel senso dico. Era solo una cosa buffa che certi giorni tagliava la piazza del duomo e il mio sguardo – zac – dritta come una spada, era una che se ne andava per la sua strada come tante.
Figurarsi l’altra notte quando mi è venuta a sbattere contro. Non proprio a sbattere ma insomma, io ero sul lungo fiume a fare due gocce e a fumare una sigaretta nell’intervallo della partita, mi guardavo intorno per vedere che aria tirava insomma mi facevo gli affari miei l’ho detto: la notte io sono fuori. Bazzico spesso da quelle parti perchè c’è il bar del Bepi e ci vado a vedere il calcio.
Si trova alla fine della città, nel punto in cui rimane chiusa dalla curva del fiume, subito prima del ponte che lo attraversa. Una volta era un bar di campagna, ora è quasi stato raggiunto dalle strade e dalle case. A giudicare da dove veniva, doveva per forza aver attraversato tutto il parco prendendolo dalla parte del duomo, venti minuti a piedi, ci vogliono tutti per attraversarlo che è lungo e curvo come una falce, per sbucare alla fine in mezzo all’erba alta dell’argine. L’ho vista per primo, così mi sono nascosto dietro una siepe e l’ho fatta passare, liscio come l’olio. M’è passata a un metro e neanche se ne è accorta e io ho annusato l’aria che smuoveva camminando.
Come la luna, anche lei pareva una falce, e nonostante questo illuminava a giorno, mi ricordo che si riusciva a vedere il verde dell’erba, e l’acqua luccicava come i fiumi dei presepi fatti con la stagnola. Il cielo sembrava verniciato di nero. Darei un braccio per sapere dove se ne stesse correndo, comunque ho iniziato a seguirla. Lei camminava svelta e i piedi frusciavano nell’erba. Io dietro, con quel sapore che mi pareva di avere un pezzo di ferro in bocca e il dolore agli addominali. Rumore non ne faccio io quando cammino, proprio per niente, e infatti non è per quello che si è fermata a un certo punto. Quel po’ di vento che striscia lungo gli argini dei fiumi le stropicciava il vestito. Si è fermata perchè ha visto la mia ombra a fianco della sua. Sicuro.
Pareva cieca, non che lo sia, certo che no, ma è rimasta immobile con lo sguardo fisso davanti a sè. Il vento dopo averle attraversato i capelli mi arrivava con il suo odore. Di latte tiepido e detersivo. Oltre l’argine opposto è passata una macchina me lo ricordo perchè i fari hanno illuminato l’erba mossa. Poi più niente. Ho aspettato un po’ con le orecchie ben dritte, per essere sicuro che non ci fosse movimento, e quando l’ho spinta in avanti era tutta rigida, è una ragazza sveglia, aveva capito che le sarebbe toccato, e si è fatta spingere dove un tratto di argine un po’ prima della chiusa è stato cementato. Certo se urli forte qualcuno può sentire, ma tutti gli altri rumori li copre. L’acqua che si infrange contro la chiusa intendo. Ha camminato rigida fin là, con le gambe e le braccia duri e dritti come bastoni e io che la spingevo, non so come ho fatto a farla stendere sul cemento, tanto era rigida dopo che ha cercato di prendermi a schiaffi. Ciaf ciaf ciaf. E io le ho preso a schiaffi le mani, sembrava più arrabbiata che una che cerca di scappare, e dove andava.
Sul cemento ci siamo graffiati entrambi, lei il culo e io le ginocchia e mi è venuto da ridere.
Subito ho pensato che stavo facendo una gran minchiata. Stavo per mandare a monte tutto – giuro non lo sopporto quando devo lasciar perdere proprio all’ultimo, e se non riesco a rifarmi subito in qualche modo e quando mi passa l’incazzatura – perchè fra il cemento chiaro la luna e la pelle ghiacciata e bianca di lei sembrava davvero giorno fatto e mi son detto cazzo, tanto valeva farlo in piazza. Ma poi mi son detto pure che dovevo essermi rammollito, non c’era anima viva in giro, avevo controllato, e allora avevo perso fin troppo tempo mi son detto e gliel’ho infilato dentro senza tanti giri di parole.
Allora ha girato la testa e per la prima volta mi ha guardato come se finalmente si fosse accorta di me. Lei ha gli occhi celesti. E con la mano ha spostato alcune ciocche di capelli da davanti agli occhi. Come se le impedissero di vedermi. Mi guardava immobile, tranne seguire i miei movimenti intanto che glielo menavo dentro. E’ per quello che – dicevo – ho dovuto metterle le mani attorno al collo, perchè ballasse un po’ di liscio e si muovesse per l’aria che le toglievo, sennò tanto valeva darci su che a scopare una che pare che dorme non ci riesco proprio. Meno male ha fatto subito la brava bambina. Si sentiva odore di erba bagnata e polvere e io ho fatto il mio dovere fino in fondo.
Ma gli occhi ha continuato a tenerli piantati nei miei, senza una parola, neanche quando mi ci sono svuotato dentro. Cazzo cercava. Sembravano gli occhi di un animale, come quando fissi troppo a lungo i tuoi stessi occhi, attaccato allo specchio, la pupilla che si apre e si chiude con la luce e ti chiedi chi è, chi diavolo è che ti sta fissando. 
Facevo male a preoccuparmi. Per il rumore dico. Non ha fatto un fiato per tutto il tempo, solo il plaf-plaf delle cosce contro le sue, prima piano poi più forte quando sono venuto. Dopo un po’ che avevamo finito mi sono stufato di respirarle sulla faccia così l’ho aiutata a drizzarsi e a raggiungere il piano, che sulla pendenza del cemento non riusciva a mettersi dritta per tirarsi su le mutande e continuava a scivolare e inciampare poverina. Ce ne ha messo a sistemarsi, a levarsi l’erba bagnata e la polvere dai vestiti e tutte le altre cose da donna. Le ho raccolto una cosa, una borsa credo e gliel’ho allungata. S’era fatto freddo, un cane ha abbaiato e qualcosa si è mosso nell’erba, ricordo che questa cosa mi ha innervosito. Prendendola mi ha guardato ancora, certo che poteva andare. Me ne sono stato li a vederla che si allontanava, giuro non ne ho mai conosciuta una più strana, sembrava molto preoccupata per il ritardo e camminava svelta come sempre, solo forse un po’ di più, poi vai a saper cosa le passava per la testa. E s’era fatto tardi anche per me, ero preoccupato perchè al bar avrebbero iniziato a chidersi dove accidenti mi ero messo, quanto cazzo ti tempo ci voleva per una paglia ed una pisciata.
Qualche giorno dopo, rimasto solo in ufficio, il poliziotto tornò ad ascoltare la registrazione. Estrasse il nastro e lo lasciò in vista sulla scrivania. Lunedì doveva ricordarsi di consegnarlo per la trascrizione. Una volta pronta l’avrebbe allegata alla pratica, insieme alle dichiarazioni rese da un testimone che erano valse l’arresto del colpevole ma non la vita della ragazza. Quindici o venti fogli dattiloscritti dentro una cartellina giallo limone. Quel che rimaneva di Simona P. dopo che si era tuffata dalla finestra della scuola per una volta che c’era andata, era in quel fascicolo sottile e anonimo che gli aveva fatto fare le otto di Sabato sera. L’indomani, sarebbe stato di riposo. Aveva avvertito sua moglie a casa che si sarebbe fermato al bar per guardare la Nazionale alla tv, e che baciasse le piccole per lui, che le voleva bene e non si preoccupasse per la cena. Spense la lampada, recuperò il cappello da sbirro e si chiuse alle spalle la porta a vetri dell’ufficio. Un giorno o l’altro sarebbe finito in briciole. I corridoi della questura erano deserti, e nel vecchio edificio rimbombavano i suoi passi. In portineria l’appuntato Cassarà leggeva la gazzetta e fumava delle Esportazione.
– Notte Cassarà
– Notte commissario. Forza Azzurri
– E forza Azzurri
La notte era calda e nitida. Il poliziotto si incamminò con le mani in tasca verso il bar, e tutto andava abbastanza bene.

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