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Siamo finalmente in grado di dirvi i nomi dei cinque finalisti del Premio letterario GialloMare 2009!
Ve li comunichiamo rigorosamente in ordine alfabetico, eccoli:

Paolo Delpino
Maria Ellida Domizi
Stefano Giusti
Marco Ischia
Gabriele Zauli

Se volete conoscere i loro racconti e chi di loro si è aggiudicato il primo premio vi invitiamo a partecipare alla cerimonia di premiazione che, come potete leggere nel post precedente, si svolgerà sabato 17 Aprile a Sant’Elpidio a Mare.

Vi ricordiamo che sarà presente lo scrittore Alfredo Colitto e per l’occasione sarà presentato anche il volume Incipit 2009, antologia dei racconti finalisti

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Il dentista disse Apra la bocca e il tizio iniziò ad aprirla. Il dentista iniziò ad allarmarsi e a guardare a destra e a sinistra della grande testa come in cerca di un dispositivo, un dispositivo rotto pergiunta, allorché le arcate dentali del tizio si furono così distanziate da fargli ipotizzare che qualche centimetro ancora e la testa si sarebbe rovesciata mettendo fuori quello che aveva dentro inghiottendosi da sola, Andrà a finire così, pensò il dentista, Finirà col cervello penzolante di fuori mentre sputa i capelli sul camice, per cui disse Può bastare, poi disse Si fermi e lo ripeté tre volte finché in capo alla terza, non avendo ottenuto risultati, ruotò la valvola dell’anestetico e lo addormentò congelandone la trasformazione. Rimase un bel po’ a fissarlo prima di allungarsi fino all’interfono per dire Diane! dopo aver premuto il pulsante rosso che lo metteva in comunicazione con Dianedellareception, Diane sia gentile disse, mandi qualcuno per pulire, Che succede dottore? vibrò Diane, Ne ha trovato un altro fatto di Squab? Gli esce dagli occhi, sebbene non riesca a vederli, disse il dentista ispezionandogli la testa con un fermacarte. Come dice dottore? Diane, per favore mandi qualcuno a pulire questo cazzo di macello. Provvedo immediatamente, disse Diane, Solo dottore, si raccomandò, Evitiamo che vada a finire come l’ultima volta.

La vecchia aveva arredato l’appartamento secondo gli stessi criteri con cui gli antichi Egizi abbellivano i propri sepolcri. Dividendo gli spazi in tanti segmenti tutti uguali quanti erano gli oggetti che li ingombravano. Più uno. E accostando questi oggetti secondo un ‘idea di consonanza fondata sulle caratteristiche della dimensione e del colore. Non il matriale. Non la funzione svolta. Figurarsi non dico l’epoca di appartenenza – espressione con la quale si conviene di riferirsi alle cose di un qualche pregio – ma almeno il periodo di fabbricazione. Dimensione e colore. 
Così, la parete di fronte alla porta: per l’intervento di due comodini avanzati al trasloco dall’altra più grande casa essa risultava scomposta in tre segmenti di circa due metri ciascuno. In cima al primo comodino si trovava un civetta di legno. All’altro, invece, un metronomo di plastica marrone.
I precedenti inquilini avevano fatto installare su quella parete una luce di ottone dal motivo floreale. Non a metà, dalla quale metà averebbe ben potuto dividere il centrale dei tre segmenti in due parti a propria volta uguali,  ma in un punto qualsiasi. La vecchia aveva dovuto chiamare un elettricista, è chiaro, per disporre più convenientemene la luce. E ora questo elettricista sta salendo le scale, lo vedo con la coda dell’occhio. E’ corto e tozzo. Cammina curvo forse per il peso della cassetta degli attrezzi che regge in una mano. Con l’altra impugna quell’affare, come si chiama, con l’altra impugna un punteruolo.

C’è questo bel libro, lo scorso fine settimana stavo leggendo sul divano, non troppo compostamente raccolto nell’angolo vicino alla finestra e insomma quella finestra è rivolta a nord ed era pomeriggio ed entrava tanta di quella luce che pareva che fuori, oltre il davanzale ed invisibile alla vista, un nano munito di badile si desse da fare per scaraventare in casa tutta quella che gli riusciva di inforcare. Bé questa luce incontrava uno spigolo del libro che tenevo sollevato con la sola sinistra e aperto per il pollice premuto fra le pagine, cosa che faccio sempre finché non sopravviene il solito formicolio, oppure finché non si fa ora di voltare pagina, dicevo lo spigolo del libro, per effetto della luce, proiettava un ombra triangolare e viola sul mio braccio, viola, e quando l’ho vista ho pensato che un giorno o l’altro dopo morto tutta la mia pelle avrebbe avuto quel colore, per una cosa di sangue immobile credo, e che quindi, in qualche modo, stavo festeggiando il compleanno di quel giorno a venire.

Dietro il bancone c’era un cinese che indossava jeans e una polo arancione. Legato in vita un grambiule quadrato color vinaccia. Ho chiesto una brioche. Aveva una guarnizione al cioccolato. Fuoriusciva da un’incisione che la attraversava per tutta la lunghezza. C’era anche un vecchio. In compagnia di una straniera bionda la cui mansione era forse di accudirlo. Forse lei era gentile con lui. Mentre era fuori dalla porta col cellulare in mano lui – il vecchio – si fece fare un cappuccino dal barista cinese e lo portò fuori reggendo il piatto con una mano e la tazza con l’altra. Lei aveva le mani impegnate dal cellulare e da una rubrica di carta, sisi di carta, e così, con lui che reggeva il piattino e la tazza, le mani erano belle che finite e non sapevano bene come fare. Poi guardarono un tavolino, si sorrisero e sbrogliarono la faccenda. 
Forse il cappuccino è un’arte, ma è un’arte che si apprende alla svelta, perché il cinese dentro la polo arancione non capiva una parola a parte forse “cappuccino”, ma quello lo sapeva fare alla grande. Ho pagato e sono uscito. Si era levato il vento che avrebbe portato via l’estate.