Si dice sempre che la buona scrittura deve essere “asciutta”, “secca”, “essenziale” e “scarna”. Ora a parte il fatto che tutto questo rende il processo di revisione di un testo pericolosamente simile alla mummificazione, trovo in molte delle cose che leggo come un eccesso di entusiasmo da parte degli autori nell’ossequiare questa indicazione. Mi spiego, è vero che sarebbe il caso di usare solo le parole che servono ad esprimere la nostra idea e non una di più, ma a me pare che talvolta si esageri, e pur di usarne poche, di apparire misteriosi ed anodini, si rinunci all’idea stessa – che non è necessariamente e sarebbe il caso non fosse mai qualche verità astratta su come sarebbe il caso di stare al mondo per avere successo, ma un semplice evento drammatico – ecco, questa cosa ingombrante, alle volte tocca proprio girarle attorno, c’è poco da fare, destinarle la propria fatica, darci dentro di virgola, punti, punti e virgola, con un conseguente diluvio di parole, quelle puttanelle. Embé?

Tom Morgan, Separare due cuori con una virgola. Denver, 1957.