La vecchia aveva arredato l’appartamento secondo gli stessi criteri con cui gli antichi Egizi abbellivano i propri sepolcri. Dividendo gli spazi in tanti segmenti tutti uguali quanti erano gli oggetti che li ingombravano. Più uno. E accostando questi oggetti secondo un ‘idea di consonanza fondata sulle caratteristiche della dimensione e del colore. Non il matriale. Non la funzione svolta. Figurarsi non dico l’epoca di appartenenza – espressione con la quale si conviene di riferirsi alle cose di un qualche pregio – ma almeno il periodo di fabbricazione. Dimensione e colore. 
Così, la parete di fronte alla porta: per l’intervento di due comodini avanzati al trasloco dall’altra più grande casa essa risultava scomposta in tre segmenti di circa due metri ciascuno. In cima al primo comodino si trovava un civetta di legno. All’altro, invece, un metronomo di plastica marrone.
I precedenti inquilini avevano fatto installare su quella parete una luce di ottone dal motivo floreale. Non a metà, dalla quale metà averebbe ben potuto dividere il centrale dei tre segmenti in due parti a propria volta uguali,  ma in un punto qualsiasi. La vecchia aveva dovuto chiamare un elettricista, è chiaro, per disporre più convenientemene la luce. E ora questo elettricista sta salendo le scale, lo vedo con la coda dell’occhio. E’ corto e tozzo. Cammina curvo forse per il peso della cassetta degli attrezzi che regge in una mano. Con l’altra impugna quell’affare, come si chiama, con l’altra impugna un punteruolo.

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