Dietro il bancone c’era un cinese che indossava jeans e una polo arancione. Legato in vita un grambiule quadrato color vinaccia. Ho chiesto una brioche. Aveva una guarnizione al cioccolato. Fuoriusciva da un’incisione che la attraversava per tutta la lunghezza. C’era anche un vecchio. In compagnia di una straniera bionda la cui mansione era forse di accudirlo. Forse lei era gentile con lui. Mentre era fuori dalla porta col cellulare in mano lui – il vecchio – si fece fare un cappuccino dal barista cinese e lo portò fuori reggendo il piatto con una mano e la tazza con l’altra. Lei aveva le mani impegnate dal cellulare e da una rubrica di carta, sisi di carta, e così, con lui che reggeva il piattino e la tazza, le mani erano belle che finite e non sapevano bene come fare. Poi guardarono un tavolino, si sorrisero e sbrogliarono la faccenda. 
Forse il cappuccino è un’arte, ma è un’arte che si apprende alla svelta, perché il cinese dentro la polo arancione non capiva una parola a parte forse “cappuccino”, ma quello lo sapeva fare alla grande. Ho pagato e sono uscito. Si era levato il vento che avrebbe portato via l’estate.

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